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Novità: Funerale di Mons. Bruno Foresti

Testamento spirituale del Vescovo emerito di Brescia Mons. Bruno Foresti
intercalato dal commento del segretario Don Adriano Dabellani

“Grazie per il tanto bene che mi hai dato”

“Misericordia per il tanto che ti ho negato”

 (Predore, 28 maggio 2017)

 

Il testamento spirituale del Vescovo emerito, reca la data del 28 maggio 2017. Non è autografo, è stato scritto al computer. E’ stato da Lui confermato il 6 novembre del 2018. Il testamento spirituale è un dialogo dei cuori con Dio e con l’io, “ cor ad cor loquitur ” per usare una famosa locuzione del grande teologo, filosofo e ora santo inglese Jhon Henry Newman.  E’ una confessione di fede, vissuta nel distacco affettivo e generativo, è una consegna del Vangelo. Perché annunciare il Vangelo, consegnare il Vangelo, non è possibile senza un coinvolgimento personale. Ce lo ricorda S. Paolo con queste luminose parole: : «Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1Tess 2,8).

Quando il Vescovo lo scrive su di Lui non incombevano minacce di salute, tali da far presagire il rischio di una morte imminente. Però data l’età, il realismo Lo invitava a vivere una profonda meditazione sul fluire «del viver ch’è un correre a la morte» (Purgatorio XXXIII, 54), sulla tenerezza della memoria, sul tempo e lo spazio irradiati dall’eterno, sulla risurrezione della carne, sull’ingresso della realtà naturale e umana in un orizzonte senza fine e senza limiti, in cui alla cadenza del tempo si sostituisce la “puntualità” dell’eternità.

In un riflessione personale, datata 6 maggio 2017, giorno del sue novantaquattresimo compleanno, scrive: “…rifletto una ennesima volta sulla mia lunga vita come per dettare a me stesso più che ad altri un testamento spirituale”.

Oggi festa dell’Ascensione di Gesù in cielo, nella speranza che per la sua infinita misericordia e per la intercessione di Maria Egli mi abbia preparato un posto con lui, professo umilmente la mia fede nell’amore del Padre creatore, del Figlio crocifisso e risorto, e dello Spirito santo Paraclito. Credo tutto quanto Dio ci ha rivelato e che ci è proposto dalla Chiesa Cattolica e Apostolica.

Il testamento spirituale il Vescovo lo inizia celebrando la gioia di credere che Gesù di Nazaret, con la risurrezione, passa dall’orizzonte spaziale e storico terreno alla pienezza della sua divinità, con tutto il suo essere corporeo glorificato. Con l’Ascensione di Gesù, inizia in noi la nostalgia del cielo. E’ “disceso” incarnandosi nel grembo di una donna, è “asceso” e salendo al cielo porta con sé il nostro desiderio di essere in Dio eternamente felici. A questo salire Gesù chiama i suoi qui in terra a innalzare nel tempo il cuore, nella speranza che si innalzi il corpo nella risurrezione della carne. Avere speranza significa sentire che una forza più grande alimenta la nostra piccola storia, che questa potenza di vita è sempre disponibile non viene meno, è un’energia che non si esaurisce. La più luminosa vita, la vita eterna, è il “posto” preparato per ciascuno di noi dalla sua misericordia. La misericordia è la massima espressione di Dio e senza di essa la vita del cristiano perde di senso e di intensità.  Questo corpo così fragile e così sublime, diventerà nell’ultimo giorno, sacramento dell’incontro dell’amore perfetto. Maria Assunta in cielo già vive questa gioia di essere presso il Figlio. E’ è la sorella che è andata avanti, è l’anticipo di ciò che avverrà per ciascuno di noi, per noi intercede perché possiamo arrivare là dove lei vive eternamente beata. Il Vescovo ci invita a pensare al futuro eterno lodando il mistero della SS.ma Trinità. Siamo stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La Trinità è in noi fin dall’origine, in noi creati non semplicemente a immagine di Dio, ma ad immagine della Trinità, del Padre che è la fonte della vita, del Figlio che ci salva, dello Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini. Dio non è in se stesso solitudine, la sua essenza vibra di un infinito movimento d’amore. C’è in Dio reciprocità, incontro, abbraccio. L’identità di Dio è comunione. La vita eterna è vita di amicizia con l’unico Dio e la Trinità delle persone. Infine si fa memoria del Magistero della Chiesa.  Noi crediamo che lo Spirito avvolge e abita tutta la terra (Sal 103), per sempre, per un’azione che non cessa e non delude. Narra il Vangelo che lo Spirito “…vi insegnerà…” (Gv 14,26a), incide dentro nell’interiorità di ciascuno. Lo Spirito “…vi ricorderà…” (Gv 14,26b), aiuta riportare alla mente e al cuore i gesti e le parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. E’ la memoria accesa di ciò che è accaduto in quei giorni santi e irripetibili, è la genialità che inaugura spazi di ricerca e di scoperte e fa pronunciare parole mai dette. Lo Spirito incalza tutti, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Ogni credente ne è avvolto e intriso. Ma soprattutto lo Spirito è presente e operante nella responsabilità del “munus docendi” (L.G. 25-27) esercitato dai Pastori (Romano Pontefice e Vescovi), custodisce l’autenticità della Parola, della sua trasmissione per la valida e lecita celebrazione dei sacramenti e ha per contenuto la fede e i costumi (C.J.C. Can. 747 § 1 e §2). Lo Spirito chiede ai: “fedeli, consapevoli della propria responsabilità…” di “ …osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa” (C.J.C. can. 212 – §1).

Rendo grazie al Signore per avermi fatto nascere in una famiglia cristiana, per avermi chiamato al sacro ministero del presbiterato in Diocesi [di] Bergamo e inserito nel servizio episcopale nella sede di S. Geminiano a Modena e successivamente dei Santi Faustino e Giovita di Brescia. Porto con me nella tomba il segreto della fiducia con la quale, nonostante la mia impreparazione umana, culturale e spirituale, i superiori mi hanno chiamato a talli ruoli di responsabilità e chiedo scusa a tutti per averli accettati con insufficiente consapevolezza. Tuttavia riconosco che Dio non mi ha lasciato mancare le grazie necessarie, pertanto le mie inadempienze in ogni campo sono frutti amari della mia incorrispondenza alla grazia.

Ringrazia per essere nato in una famiglia, nella quale è stato iniziato a conoscere, amare e servire il Signore. La famiglia è il santuario dove si vive l’amore di Dio e del prossimo in modo vivo e potente, incarnato e quotidiano, visibile e segreto. Nel matrimonio, nella vita di famiglia, si vive la chiamata alla santità. Nella famiglia è pos­sibile vivere una santità non solo individuale, ma una santità fami­liare, condivisa, un contagio di santità dentro le relazioni umane. La famiglia è il luogo dove si è iniziati a respirare il dono della preghiera vissuta come arte del pensare e nervatura dell’agire.

Benedetto dalla sua famiglia, nell’autunno del 1934, decide di entrare nel Seminario Vescovile di Bergamo. In un colloquio mi confidava che il programma di vita da lui scelto fin dagli anni della sua fresca giovinezza è quello vissuto dal seminarista Angelo RONCALLI: “Devo convincermi sempre – egli scriveva dopo un corso di Esercizi Spirituali nel 1898 – di questa grande verità: Gesù da me, chierico Angelo Roncalli, non vuole solamente una virtù mediocre, ma somma: non è contento di me, finché non mi faccio o per lo meno non mi studio, ad ogni mio potere, di farmi santo” (GIOVANNI XXIII, Il giornale dell’anima, p. 60).

Viene ordinato sacerdote a S. Giovanni Bianco (Bg) il 7 aprile del 1946, nella festa della Sacra Spina, dal Vescovo Mons. Adriano BERNAREGGI (1884-1953). Nel Seminario riceve una robusta formazione cristologica e liturgica ed è aiutato a conoscere i cambiamenti politici e sociali post bellici con i quali la Chiesa deve interfacciarsi. E’ inviato a Roma per perfezionare gli studi teologici, ma dopo un breve periodo a causa della guerra, deve ritornare in Diocesi. Con l’ordinazione sacerdotale entra a far parte della famiglia del clero di Bergamo. Un clero buono, fedele e sempre vicino al popolo. Mi raccontava il Vescovo che tra i sacerdoti si viveva di unità oggettiva ed effettiva, la sviluppavano e la accrescevano, fino al punto di farla diventare un’unità soggettiva ed affettiva. L’unità poi si consolidava in un’atmosfera di elevata spiritualità, che si esprimeva in consonanza tanto armonica quanto armoniosa e contribuiva alla edificazione stessa di tutto il popolo di Dio. In Diocesi dal 1946 al 1967 è educatore e insegnante nel Seminario minore di Clusone. Il Clero di Bergamo lo ricorda come formatore molto esigente e severo. Essere esigenti e severi nell’educazione è sostanzialmente un atto di amore. A volte però è difficile mantenersi sempre equilibrati tra severità e dolcezza. Ai nostri giorni purtroppo si sconfina nel permessivismo pressoché totale, così come in passato dominava la durezza talora eccessiva della disciplina.

Dal 1967 al 1974 è parroco a S. Pellegrino Terme. Come Parroco con autorevolezza ha vissuto la Sua prima presidenza pastorale (eucaristica, di evangelizzazione e di prossimità ai poveri) espressa nella totale comunione con il buon Pastore e nella totale vicinanza al gregge. La gioiosa generosità della dedizione, è stato il grande grembo, l’orizzonte in cui tutto il Suo ministero è sempre stato immerso.

Nel Concistoro del 12 dicembre 1974, presieduto da PAOLO VI, è eletto Vescovo di Plestia e ausiliare del Vescovo di Modena-Nonantola Mons. Giuseppe AMICI. Prima di essere consacrato, a Roma nell’Aula Nervi il 4 gennaio del 1975 durante la prima udienza generale dell’Anno Santo, incontra PAOLO VI. Lo saluta cordialmente dicendo “Non abbia paura, non abbia paura”. Il 12 gennaio 1975 riceve l’ordinazione episcopale, nella cattedrale di Bergamo, dall’arcivescovo Clemente GADDI, co-consacranti l’arcivescovo Giuseppe AMICI e il vescovo Luigi MORSTABILINI.

A Modena visse un’esperienza pastorale molto intensa. Per i modenesi era il Vescovo-parroco. In particolare si adoperò instancabilmente ad aiutare la Diocesi a meditare, assimilare con docilità e pazienza i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, rimanendo lontani dalle frettolose improvvisazioni, dai pericolosi iconoclasmi, dalle arbitrarie rotture. Il Concilio era terminato, più volte disse: “si avvia un rinnovato inizio di intensa vitalità e di faticose realizzazioni”. Per il Vescovo Bruno il lavoro preliminare da compiere era di distinguere accuratamente il Concilio dal “postconcilio”, in modo che si potesse accogliere il primo con totale cordialità e valutare il secondo alla luce del primo e di tutto l’insegnamento rivelato, con animo libero da qualunque intimidazione e da qualunque ricatto pastorale o culturale. Nel pianto di chi semina e nel travaglio di chi genera per Lui non è stato facile far germogliare e crescere gli auspicati frutti del Concilio. La vivace Chiesa e la rossa Società di Modena incontrò nel giovane pastore un entusiasta e dialogante evangelizzatore. Questa prima e più importante responsabilità di evangelizzare il Vescovo la vive in un contesto nel quale la verità, le certezze, i principi morali, i valori trascendenti sono offuscati. Con tristezza prendiamo atto che siamo sedotti da una cultura che si si nutre di quel secolarismo, il quale mediante le sue spiegazioni del mondo, della storia e dell’uomo, conduce all’ateismo teorico e pratico. Questa difesa della verità, artiglia coloro che preferiscono la provvisorietà delle proprie opinioni e dei propri piaceri, al vincolo liberante e salvante della verità e della virtù. Il Vescovo Bruno in questo impegno non ha avuto paura dei rifiuti, non ha temuto abbandoni, non ha ceduto a lusinghe, non ha mendicato consensi. A Modena ha sofferto per le defezioni del giovane clero.

Da Modena, dal S. Padre fu inviato a Brescia nel 1983. Non ha desiderato, né cercato, ne chiesto, ne pensato il distacco. Solo l’obbedienza responsabile serena l’ha donato ad un altro servizio pastorale. Nella nostra Diocesi inizia il suo ministero pastorale con l’impegno di attuare il XXVIII Sinodo Diocesano celebrato nel 1979. Gli approfondimenti teologici e i cammini pastorali da avviare nella fedeltà al Concilio Vaticano II e alla tradizione della nostra Chiesa locale, li trova cristallizzati nella pubblicazione: Il libro del Sinodo edito nel 1981. A Brescia per 15 anni ci ha testimoniato che nel cammino verso la nuova Gerusalemme, nel calpestio del popolo di Dio, nella polvere dei sentieri, lo Spirito accende profeti e orizzonti, il Padre rallenta il suo passo paziente sul ritmo del nostro e il Figlio è salvezza che ci cammina sicura, a fianco. Nell’attitudine salvifica e pastorale del Suo servizio, ha riversato la testimonianza della preghiera esigente e implorante, la responsabilità del magistero vigoroso e luminoso, l’impegno del governo determinato e concreto, l’amore alla Chiesa madre e maestra, la sensibilità per la cura dei bisognosi e degli ansiosi, la genialità e la creatività delle proposte e delle iniziative pastorali. Ha amato questa Chiesa di Brescia con la sua storia e le sue tradizioni, con la sua gente umile e devota e con i suoi operosi fermenti. Ha coltivato una venerazione profonda per le energie di santità, di bontà, di generosità, di attenzione, di accoglienza, di libertà che Dio ci consegna. Nell’esercizio del Suo ministero episcopale, si è adoperato perché queste erompessero in tutta la loro forza, in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza.

Nel testamento con umiltà fa presente: “…nonostante la mia impreparazione umana, culturale e spirituale, i superiori mi hanno chiamato a talli ruoli di responsabilità e chiedo scusa a tutti per averli accettati con insufficiente consapevolezza …”. E’ questa una presa di coscienza sofferta che viviamo tutti quando siamo chiamati a responsabilità non cercate, non volute, ma fin dall’inizio trepidamente amate perché donate dal Signore. La divina Presenza alcune volte benevolmente ci sorprende quando chiama a rispondere ai suoi progetti, all’interno del perimetro definito della nostra vocazione, chiedendoci di assumere con serenità i compiti che ne derivano. L’iniziativa è di un Altro il quale a nostra insaputa viene a contatto della nostra debolezza con la potenza della sua misericordia, sempre libera, ma sempre coinvolgente. Raggiunti dal fuoco dell’amore che ci attira nell’orizzonte della sua gratuità, siamo trascinati all’assenso più ragionevole che esista. E l’amore ricambiato fluisce nel risveglio continuo della disponibilità al dono generoso di sé.

Ripercorrendo la mia storia personale, dirò che mi sono sforzato di tradurre in termini di laboriosità pastorale, sincera e magari poco riflessa e dialogante, ciò che Dio mi chiedeva. Sono riconoscente ai miei vicari, singolarmente a Mons. Olmi, e a tutti gli altri cooperatori nell’apostolato. Chiedo perdono alle tante persone che ho offeso e alle altre che non hanno trovato in me un padre e un fratello esemplare. Sopra tutto invoco su di me la infinita misericordia di Dio e supplico la intercessione di Maria nostra Madre e nostra fiducia.

La “sincera” laboriosità pastorale la si può definire con queste parole: “Non giudicare ciascun giorno in base al raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato (R.L. Stevenson). Per poter balbettare un commento a queste parole: “poco riflessa e dialogante” ricorro alla fulminante ironia manzoniana: “Tutto lo studio di donna Prassede era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per cielo il suo cervello” (Alessandro MANZONI, I Promessi sposi, capp. XXV e XXVII). Un po’ di donna Prassede abita in tutti noi. Certo, il nostro cervello è una realtà mirabile, una sorta di “micro-cielo”, se pensiamo che è costituito da un centinaio di miliardi di neuroni, tante quante sono le stelle della Via Lattea. Ma rimane pur sempre una realtà circoscritta e limitata, se consideriamo l’enorme massa di misteri che ci circonda e soprattutto l’infinita grandezza della volontà di Dio e del suo pensiero. Di fronte alla tentazione di scambiare il nostro cervello per il cielo, bisognerebbe esercitare un po’ di umiltà e un po’ di auto-ironia.

Si fa memoria dei Vicari, del Vescovo ausiliare Mons. Vigilio Mario OLMI e della grande famiglia di Sacerdoti, Religiosi/e, Membri degli Istituti secolari e Laici che nell’umiltà orante della testimonianza cristiana, con Il vescovo Bruno hanno condiviso il martirio della semina nella gioia e nella fatica, vivendo la pressante istanza dell “…unum sint…”( Gv 17,21) del Signore. L’unità, dono dello Spirito, è una responsabilità dinamica e vitale, non può essere affidata alle sole strutture pastorali. Va vissuta, riconquistata, guarita e ricomposta nella continua conversione.

Ripensando al passato il Vescovo con consapevole umiltà non si auto difende per l’operato vissuto, ma esamina il come l’ha vissuto. Il ministero è soprattutto una questione di stile. Alla fine l’opera è una sola, annunciare il Vangelo, celebrare i sacramenti e amare i poveri, e questo significa assumere molti impegni. Ma la preoccupazione che sta a cuore al Vescovo è il modo, lo stile, perché da questo appaia chiaramente il rimando al Signore. Non ha nulla da nascondere. Non ha paura che ogni aspetto della sua vita, la gioia, la sofferenza, la fatica, le fragilità, vengano alla luce. L’esercizio del ministero ha molto a che vedere con questo “venire alla luce”, con questa trasparenza, perché anche la vita dell’apostolo è totalmente messa al vaglio di questa luce, perché tutto sia trasfigurato. Santi non si nasce e nemmeno lo si diventa automaticamente perché si è ministri ordinati. Non si nasce, ma lo si diventa in faticosa e gioiosa gestazione amando, camminando e lavorando in comunione. Il Vescovo come ciascuno di noi, quando soffriva di alta temperatura umana e spirituale, ha mostrato di possedere i difetti delle sue buone qualità. Non dimentichiamo che: “… senza conflitto non c’è passione”(E.G. 226). Il Vescovo in una Diocesi è sacramento della presenza di Gesù maestro e pastore con il suo modo di pensare ed agire, con la sua sensibilità. E’ una persona concreta che parla, insegna, decide, rimprovera con tutti i limiti della sua angusta umanità, ma anche con tutta la grazia che gli viene dall’autenticità del suo mandato.

Ringrazio le Istituzioni e le persone che mi hanno assistito durante il mio lungo periodo da pensionato: la diocesi di Bergamo che mi ha dato la casa, le Ancelle della carità per un buon periodo di accompagnamento quando ho deciso di lasciare il territorio della diocesi di Brescia per favorire la giusta libertà dei mei successori sempre fraternamente amici. Grazie ai miei parenti e singolarmente a una famiglia di vicini eccezionalmente generosi.

Aristotele – narra Diogene Laerzio – interrogato «su che cosa invecchia e muore presto», rispose lapidario: «La gratitudine». Non saremo mai felici se non impariamo a ringraziare. Mentre il Vescovo da solo medita sulle stagioni della vita, sullo scorrere dell’esistenza, sulla marea dei ricordi che affollano la sua mente, ci insegna a farlo diventare preghiera di ringraziamento nel tempio cosmico del creato. Lui ha vissuto questa emozionante esperienza mentre godeva il bellissimo panorama che ammirava dalla casa di Predore. La gratitudine che vive è estesa a Istituzioni e persone a Lui care. I sentimenti dell’animo grato sono il vero canto del cuore. Tutto è dono, tutto è grazia, dall’inizio della vita in avanti. L’inno di ringraziamento è la colonna sonora quotidiana che non dobbiamo mai spegnere, ma sempre implementare perché la forza della gratitudine si accresca sempre più, perché più profonda diventi la consapevolezza che tutto viene dalla divina Provvidenza e a Lei deve tornare come segno della nostra personale riconoscenza.

Nell’ultimo decennio di vita ho scelto liberamente di condividere la forma di vita solitaria di alcuni sacerdoti diocesani, modenesi e bresciani, conosciuti fin dal tempo del mio primo servizio sacerdotale; continuamente lieto di offrire i servizi di ministero chiestimi dalla fiducia dei richiedenti.

 

Nell’ultimo tempo della Sua vita il Vescovo ha vissuto il programma di vita espresso in queste antiche parole. «O beata solitudo, o sola beatitudo». Silenzio, solitudine, preghiera: è esperienza benedetta dalla più intensa, tenera e profonda intimità. E’ una scelta di vita in cui l’amore di Dio e dei fratelli divine tangibile, ci avvolge e ci copre con il manto luminoso delle sue calde lane. Il silenzio è un evento che ci fa sentire: “docile fibra dell’universo” (Ungaretti). Lo stare soli contiene in sé il germe della riflessione, della maturazione, della delicatezza spirituale, della contemplazione di fede, del desiderio di preghiera e dell’impegno di essere dono per gli altri. Il Vescovo testimonia che la vera solitudine non è isolamento, perché quest’ultimo è una prigione dell’anima e un terreno dove può sbocciare l’erba maligna dell’infelicità o compiersi la morte dell’amore. Nel silenzio della riflessione e della preghiera scrive lettere, prepara omelie, incontra persone, visita parrocchie.

La proclamazione dell’Anno della Misericordia mi ha aiutato a scoprire con maggior lucidità, la verità che Dio vuol essere più amato che temuto anche nel servizio pastorale (“Simone, figlio di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecorelle”). Nel settantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale (7 aprile 1946) durante la Eucarestia riferii ai miei compaesani di Tavernola due frasi che sentivo di rivolgere al Signore “Grazie per il tanto bene che mi hai dato” e “Misericordia per il tanto che ti ho negato”. Le ripeto anche oggi, chiedendo la grazia della conversione e l’aiuto dei fratelli.

Mentre il Vescovo riflette sulla vita che passa, incontra l’affacciarsi consolante di una presenza, la divina misericordia, che lo invita a vivere nel lacerante distacco, la presa di coscienza che il peso specifico del bene è notevolmente superiore a quello del male. L’incontro, il dialogo si spostano subito sul positivo: la vita deve essere compresa fino in fondo, solo guardandola nel suo essere abbracciata dall’Amore che l’ha generata e l’accompagna, dentro il contagio di una signoria risolutamente sovraumana. Questa prossimità con la forza che proviene dall’alto, crea il contesto mirabile del mondo che ci ospita, la cornice della storia di cui ogni uomo e donna è umile parte. Alla gratitudine si intreccia l’inesorabile predisposizione al pentimento, per tutti tradimenti che hanno indebolito la comunione con l’Amore. Ma l’abbassarsi nella miseria dei propri limiti non può divenire disperazione. Dalla contabilità dei bilanci in perdita, emerge l’invincibile grido del perdono che rilancia in avanti. Il curvarsi della coscienza nella conversione, si abbandona alla forza risanatrice di una presenza che è indissolubile fedeltà, comunione che salva. 

“Sia lodato Gesù Cristo”

 

+ Bruno Foresti